Appunti.

Rappresentazioni sacre e folclore

domenica 20 aprile 2014

Giuseppe Terregino
Il proliferare nel web di spot pubblicitari riguardo alle rappresentazioni tipiche della Settimana Santa impone al credente una domanda sul “cui prodest” una tanto numerosa riscoperta di tradizioni locali ad hoc. C’è una ripresa del sentimento religioso in una prospettiva di reazione al secolarismo imperante? O si vuole soltanto mercanteggiare la spettacolarizzazione degli eventi religiosi in chiave folcloristica? In questo secondo caso non si tiene conto, però, del fatto che queste forme di rappresentazioni sacre sono sorte in contesti culturali estranei alla temperie attuale. In tali contesti, suscitando mediante la suggestione dell’arte scenica una intensa empatia collettiva verso i personaggi della storia rappresentata, esse, proprio per la comunanza di sentire tra i protagonisti e gli astanti, concorrevano efficacemente a rafforzare il sentimento religioso. Le modalità differivano ovviamente da caso a caso, secondo il livello culturale e il senso del sacro delle comunità interessate. Altra ragione, questa, perché le rappresentazioni di cui stiamo parlando, se proposte ad un pubblico eterogeneo, risultino inevitabilmente vuote oltre il profilo puramente estetico. Come mere manifestazioni di folclore, che lasciano indifferente il forestiero se non vengono a rappresentare efficacemente un mondo con particolari attrattive storiche ed artistiche, mentre difficilmente possono coinvolgere la gente del luogo ormai disancorata dallo stile di vita degli antenati.
Che sia importante non fare morire alcune significative tradizioni è fuori di dubbio. Perché esse continuano ad essere un collante etnico non trascurabile quando, al di là di ogni forma di sciovinismo, questo giova a salvaguardare il senso del vivere e le motivazioni dell’agire di un contesto umano, nonché a rinvigorire le affinità affettive. Ma proprio per questo esse debbono restare fedelmente autentiche e circoscritte al luogo di origine, senza pretesa di esportazione sul lato prettamente emotivo. Mentre vanno salvaguardate da contaminazioni accattivanti sul lato spettacolare con la scusante della maggiore attrattiva turistica. La quale, nella generalità dei casi, è forse il fine primario. Che può essere meritevole quando si tratti di eventi profani. Ma non sempre è opportuno quando si è chiamati a riscoprire nella propria interiorità ciò che dà il maggiore senso alla propria vita. Quando è in gioco quel senso di appartenenza in cui trova riscontro gratificante la fede religiosa dell’individuo.
Non diciamo, pertanto, che siano condannabili le rappresentazioni sacre in sé. Poco commendevole ci sembra, invece, la gara per la migliore riuscita spettacolare di esse, trascurando quegli aspetti intimistici che sono stati la ragione prima del loro nascere e perpetuarsi nel tempo. Senza i quali vengono esposte ad una critica sul loro non senso da parte laica e ad un sospetto di profanazione da parte del credente. Come sempre, anche in questo caso il poeta pagano Orazio fa scuola: “est modus in rebus”. Esistono ben delimitati confini entro i quali s’ha da tenere ciò che è giusto, stante che al di qua e al di là di essi non hanno luogo realtà e comportamenti accettabili.



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