Cefalù. Oggi tutti gli strumenti realizzati da Adelelmo Napoli sono in mostra, insieme alle altre sculture

Poesie lignee e sculture musicali: una mostra

Adelmo Napoli

mercoledì 16 aprile 2014
Rosalba Gallà

“Il legno è composto da materia che vive due volte: prima, quando è albero vive la sua soggettiva condizione di ‘mobilità immobile’ perché, radicato alla terra, sente l’alito o la furia del vento, rimanendo fermo, ma deluso, nel sito in cui è nato.
Attraverso la mano dell’uomo, il legno ‘morto’ si avvia poi ad una seconda vita: spogliato dalle fronde, diventa essenza per volare alto sotto l’impulso della fantasia umana”.
Con queste parole, Adelelmo Napoli sintetizza la passione per la materia da lui prediletta, il legno, quasi umanizzato nel sentimento di delusione che l’albero prova nel non potersi staccare dalla terra per seguire l’impulso del vento, me che potrà volare se una mano gli darà quelle ali che solo la fantasia può creare, ali in grado di salvare l’uomo e il suo mondo.
Queste sue parole trovano espressione scultorea nell’opera Fronde nel turbine, in cui il vento scuote rami, fuscelli, foglie, li scioglie dalla materia di origine, li fa fluttuare nell’aria e andare oltre, con una leggerezza che fa dimenticare l’essenza lignea che li costituisce.

Per Adelelmo Napoli il momento del pensionamento, nel 2005, è stato quello del ritorno alla scultura, la grande passione che lo ha accompagnato da sempre, dalla sua infanzia, quando costruiva da sé i suoi giocattoli, a quando era allievo di scuole di indirizzo artistico, poi architetto e quindi dirigente scolastico.
La mostra Scolpirliutando – Liutarscolpendo, allestita nella sala delle esposizioni della Fondazione Mandralisca, presenta le opere realizzate proprio a partire da quell’anno, a cominciare da quelle che più dolore destano nell’autore, il dolore di vedere la materia vivente “violentata dalla mano umana che a volte provoca gli incendi boschivi”: così, dal legno combusto, nascono Terrore del fuoco, Uccello al rogo, Uccello di rogo, Riccio al rogo.
Nella prima scultura, all’interno del tronco completamente arso, in una cavità circolare, un volto umano grida il suo terrore nei confronti del fuoco, quel fuoco che è stato fonte di evoluzione per l’uomo, che Prometeo rubò agli dei perché senza di esso gli uomini non avrebbero potuto sentirsi sicuri dalle aggressioni delle fiere, non avrebbero potuto cuocere i cibi, né lavorare i metalli. Fuoco amico che, non controllato, può diventare fatale o che, in mano a chi non ha scrupoli, diventa devastazione ambientale, senza sconti per flora e fauna. Così un uccello è costretto ad abbandonare il suo nido distrutto; un altro, completamente bruciato, è raccolto da mani pietose di ulivo; un riccio carbonizzato rimane come incastonato in un tronco.
Ma la natura, nella sua complessità, supera le singole perdite e rinasce, la vita ritorna là dove era stata negata e si afferma sempre in tutti i suoi aspetti, vegetali e animali: anzi, nelle sculture di Adelelmo Napoli, il confine tra flora e fauna viene superato e la vita è semplicemente vita.
Ecco quanto afferma l’artista: “Le forme delle mie opere non sono altro che avviluppi, concrezioni o vortici che cercano lo spazio profondo, non lo spazio prospettico, ma lo spazio cosmico. Esse portano in quella direzione la memoria del mondo animale e vegetale in uno sviluppo di geometrie spaziali. Ecco che il legno di per sé statico diviene parte del cosmo in movimento”.
Così troviamo forme in cui confluiscono mare e terra, conchiglie e fiori, conchiglie vegetali e fiori da delfini.
Nella scultura Tra mare e fronde le conchiglie sono inserite in un tronco, ma in una maniera così armonica e naturale, che non si percepisce il confine tra pianta ed elemento marino e lo sguardo segue le forme morbide e sinuose senza avvertire discontinuità formali e senso di estraneità tra i due regni della natura. E così in molte altre sculture.
E se un fiore nasce da una conchiglia e questa può diventare un vegetale, anche un delfino può originare un fiore. Così in Fior da delfino, dall’animale marino visto nella sua sagoma possono nascere petali, ma i petali si muovono, si incontrano, si incrociano e diventano onde, in un continuo fluire dal mare ai fiori e dai fiori al mare.
Contaminazioni, dunque, tra regni diversi e contaminazioni tra materiali diversi, come nell’opera Globo irrequieto “che ha accettato di accogliere nella sua cavità di cipresso anche l’ottone, materia luminosa e brillante: preludio di continuità verso una stagione nuova” (Antonina Greco, nel pieghevole di presentazione della mostra).
La ricerca formale di Napoli non si limita al mondo terracqueo, ma è rivolta, come l’artista stesso ha affermato, verso lo “spazio profondo”, verso lo “spazio cosmico”: così la scultura Irradiazione materica esprime il senso di fuga della materia verso un esterno multidirezionale, come se una forza centrifuga pluricentrica desse spinte radiali all’essenza lignea, che diviene un fiorire di corolle e petali che tendono verso l’infinito.
Nascono così sculture che vanno oltre i confini della terra, per addensarsi nella “materia sinuosa” che conduce al “turbinio dell’aria”, alla “nuvola in fuga”, alla “precipitazione sferica”, fino alle “coordinate di una stella”.
Poesie lignee queste sculture, in cui la metrica dei versi è resa dalla metrica degli spazi, dalle misure geometriche dove prevale la sfera, simbolo della compiutezza e della perfezione. Legni poetici che, con le loro volute, i ricci, le chiocciole, tendono alla musica. Così il legno diventa musica e, come dice Napoli, “la mano umana può dare l’aspirazione al legno di raggiungere la dimensione spaziale mediante l’emissione di suoni”.
“Il legno di per sé può produrre suoni e da ciò sono derivati gli xilofoni. Per ottenere suoni più armonici, l’uomo ha messo insieme le possibilità sonore del legno e la sua capacità di amplificare il suono con le corde. Il legno è importante, dà sostegno, calore, luce, profumi, può emettere dei suoni di varia intensità”. Questo diceva Adelelmo Napoli agli alunni del Liceo Artistico di Cefalù (dove peraltro è stato dirigente scolastico dal 2001 al 2005) incontrati in due occasioni, nello scorso e nel corrente anno scolastico, e ai quali ha presentato i suoi strumenti musicali.
Incontri sempre ricchi di emozione, in cui ha spiegato come, ritornando alla scultura, si è reso conto che il violino (la sua prima ‘creatura’) ha una grande rilevanza formale perché, di fatto, esso viene ‘scolpito’. E’ nata così la sua passione, da un impulso interno, da un’idea.
L’idea è, però, solo l’avvio: sono poi necessari il progetto, l’esecuzione, la verifica: rivolgendosi ai ragazzi del Liceo artistico, e presentando la liuteria come un possibile sbocco professionale, ha evidenziato come nella fase progettuale siano fondamentali le conoscenze di geometria piana, descrittiva e proiettiva e come nella fase esecutiva sia fondamentale il possesso di una manualità ben esercitata e una profonda preparazione nell’ambito delle discipline plastiche. Conoscenze e preparazione che lo hanno condotto a costruirsi gli attrezzi necessari alla realizzazione degli strumenti musicali, cosa che ha suscitato curiosità e stupore tra gli ascoltatori, soprattutto nei momenti in cui via via li ha mostrati.
Oggi tutti gli strumenti realizzati da Adelelmo Napoli sono in mostra, insieme alle altre sculture. Ecco come li presenta: “Il legno per sua natura, anche quando è informe, emette suoni, vibra, anche se dolcemente sfiorato o percosso con varie intensità. Scegliendo l’essenza adatta e dando forma secondo geometrie semplici o via via più complesse, il legno può vibrare al vibrare di corde fatte con budelli animali o con metalli […] Gli strumenti musicali [in mostra] sono suddivisi in tre gruppi: il primo comprende la riproduzione moderna di cordofoni quali il violino, il violoncello e l’arpa celtica; il secondo riguarda la ricostruzione di strumenti antichi che, nell’ordine, sono l’arpa sumera della regina di Ur, la lyra e due cetre della classicità greca, una ghironda medioevale nella interpretazione settecentesca; al terzo gruppo appartiene l’organo portativo le cui canne sono di canna domestica (arundo donax)”.
In questa sede, vorrei soffermarmi sugli strumenti del secondo e del terzo gruppo, riferendo soltanto l’emozione provata quando il preside Napoli (questo è per me) mi ha mostrato il suo violino, con l’attenzione e la cura di chi presenta il proprio figlio appena nato, emozione che si è amplificata quando ho avuto modo di ascoltarne la ‘voce’.
Ma partiamo dalla ricostruzione dello strumento più antico: l’arpa di Ur.
È affascinante la storia dello strumento originale, ritrovato dall’archeologo Charles Leonard Wolley, durante una campagna di scavi durata dal 1922 al 1934 e che riportò alla luce lo splendore dell’antica città di Ur e di tutte le sue ricchezze, espressione dell’alto livello artigianale raggiunto dalla civiltà mesopotamica. Lo scavo venne portato avanti congiuntamente dal British Museum e dall’University Museum di Philadelphia. “Fu anche messa in luce la necropoli reale, ricca di splendidi tesori, che costituisce una delle scoperte maggiori della storia dell’archeologia orientale. Numerosi e bellissimi sono gli oggetti di prestigio trovati nelle tombe: vasi in metallo prezioso, gioielli, armi, strumenti musicali, tra i quali un’arpa ornata da una testa aurea di toro barbato e da intarsi di madreperla e lamine d’oro, rinvenuta nella cosiddetta Grande Fossa della Morte. Le tombe reali e gli splendidi oggetti che contenevano hanno permesso di gettare una nuova luce sulla qualità e l’altezza raggiunta dall’artigianato artistico dei Sumeri, sulle loro concezioni religiose e sull’ideologia regale” (Treccani.it). Ma l’arpa di Ur, risalente al 2700 – 2600 a. C., trovata nella tomba della regina Pur Abi, è andata distrutta a seguito degli eventi che hanno portato alla fine del regime di Saddam Hussein. Di recente Adam Lowings ha voluto la realizzazione di un’arpa assolutamente fedele all’originale di Ur, in maniera tale da continuare a farla suonare. L’arpa è stata effettivamente ricostruita sulla base di alcuni resti dell’originale ritrovati tra le macerie del Museo di Baghdad e con legno di cedro proveniente da Bassora.
Probabilmente questa storia ha affascinato Adelelmo Napoli, che con maestria e dedizione, ne ha realizzato una copia identica, pur con materiali diversi.
L’arpa di Ur era realizzata in legno di cedro e le decorazioni blu, rosse e bianche erano rispettivamente di lapislazzuli, rocce del deserto e madreperla, mentre la testa del toro era ricoperta di lamine d’oro. Il nostro artista ha riprodotto l’arpa costruendo uno strumento fedele in tutti i particolari a quello mesopotamico, realizzando tarsie che rispettano i disegni originali. Ha costruito anche le undici corde con budelli di pecora, lavorati con una procedura complessa e che richiede particolare attenzione, in cui i fasci vanno prima trattati per eliminare impurità e grassi, poi collocati in un telaio per la tensione e la torsione, operazione, questa, molto delicata che prevede un numero di giri preciso per ottenere la giusta resistenza e la giusta sonorità.
La lira era in origine costruita con un carapace di tartaruga, due corna d’alce e la pelle di capra che fungeva da cassa armonica. Secondo la mitologia greca essa fu inventata da Hermes, che ne fece dono ad Apollo, il quale poi la regalò al figlio Orfeo. Abbinata in età classica alle virtù apollinee, essa continua a dare il suo nome alla poesia lirica, recitata nel mondo greco con l’accompagnamento musicale, e alla musica lirica.
La lira realizzata da Adelelmo Napoli, riproduce quella classica in tutti i suoi aspetti, con l’eccezione del carapace di tartaruga (non più utilizzabile per legge), sostituito da una scultura lignea, in cui “l’effetto tartaruga” è riprodotto in massello d’ulivo. Sembra, però, che anche nell’antichità il carapace fosse spesso sostituito dal legno.
Anche la cetra era in uso nell'antica Grecia. Mentre la lira continuava ad essere usata soprattutto in ambiente casalingo, la cetra aveva ampia diffusione nell’ambito di manifestazioni pubbliche e veniva suonata dai citaredi, considerati i professionisti della musica. La struttura è diversa rispetto alla lira e la cassa armonica non è bombata ma piatta: nell’insieme, comunque, ricorda, in maniera stilizzata, la forma della lira.
La ghironda è uno strumento musicale medioevale, affascinante per la sua particolarità: il suo suono ricorda quello di una cornamusa, ma in realtà è cordofono. Alla base del suo funzionamento c’è una ruota di legno che striscia sulle corde. Queste si distinguono in cantini che, controllati da una tastiera, eseguono la melodia; i bordoni che emettono un suono continuo; la trompette che produce una sorta di ronzio. Utilizzata inizialmente da menestrelli e girovaghi delle zone alpine, nel tempo l’ambito di diffusione cambiò: nel ‘700 la nobiltà ‘scoprì’ questo strumento (la ghironda realizzata da Adelelmo Napoli è costruita sul modello settecentesco), l’adottò, facendola entrare nei castelli, dove talvolta veniva suonata dalle fanciulle della corte. Così i musicisti cominciarono a stendere spartiti per questo strumento. Il fondo è realizzato con delle strisce che ricordano il mandolino e il liuto. La ghironda deve essere suonata in posizione inclinata, perché i tasti ritornano nella situazione di fermo per caduta (non ci sono molle per evitare il disturbo). Alla fine del ‘700 l’uso della ghironda decadde. Oggi viene usata nell’ambito della musica folk e da qualche decennio nell’ambito della musica Jazz, con trasformazioni che riguardano l’aspetto esteriore e l’utilizzo.
L’organo portativo è l’ultimo nato tra gli strumenti costruiti da Adelelmo Napoli. Ecco la descrizione fattane da Diego Cannizzaro nel pieghevole di presentazione della mostra: “Strumento trasportabile e suonabile senza bisogno di essere poggiato stabilmente a terra o su una base particolarmente solida (come, invece, per gli organi detti “positivi”). Omaggio alla cultura medioevale arricchito dalla sublimazione del legno quale materiale costruttivo: l’organo di Elmo Napoli si ispira all’organo custodito presso il museo dei frati Cappuccini di Gibilmanna, reso famoso dalle canne costruite con la canna domestica (arundo donax) molto presente nelle fiumare di Pollina e Pettineo. Il decoro dei listelli laterali, infine, rendono omaggio al Duomo di Cefalù con la ripresa delle forme architettoniche delle due torri campanarie”.
Ed ecco come il maestro Cannizzaro riassume il percorso artistico-musicale di Napoli: “La realizzazione di uno strumento musicale è il risultato della passione e della costante tensione verso il miglioramento e le caratteristiche estetiche dello strumento dipendono essenzialmente dal gusto individuale del liutaio e sono frutto di una lunga gestazione. Gli strumenti musicali qui proposti sono il punto d’arrivo di una vita dedicata allo studio dei materiali naturali, delle scienze, delle arti, in particolare della pittura, che hanno sviluppato la comprensione dei rapporti esistenti tra linee, forme e colori, cercando di svelare gli equilibri che li regolano. Uno strumento musicale è il risultato della fusione di varie conoscenze teoriche e molteplici abilità manuali: disegno, pittura, chimica, architettura, tecnologia dei materiali, fisica acustica, scultura del legno, esperienza, conoscenza storica. La valutazione delle doti acustiche del legno è il criterio fondamentale e primario: la struttura regolare, la giusta densità, il taglio corretto, la perfetta stagionatura sono i principali parametri che sottendono alla scelta del legno che dovrà entrare nel laboratorio. […] Il legno, quindi, ‘alfa’ e ‘omega’ del percorso musicale di Elmo Napoli”.
Per concludere, ecco l’aspetto ludico della produzione artistica di Adelelmo Napoli: il gruppo di 25 bastoni dai manici più originali, figure particolari che solo l’occhio vigile di artista e la mano esperta di scultore riescono a vedere e a portare fuori dalla materia.



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